La guerra alla corruzione senza ipocrisie

Proprio nei giorni in cui si provava a combattere la corruzione e la concussione sollecitando l’approvazione di una ennesima moralistica legge per l’aumento delle pene detentive e la creazione di nuovi reati come il nebuloso “traffico di influenze”, è scoppiato il cosiddetto “Laziogate”. Quanto accaduto nel Lazio fa emergere una serie di episodi di abuso di pubblico denaro dovuti alla discrezionalità e opacità delle spese regionali e dei dirigismi e alla carenza di controlli esterni sulle gestioni.
17 AGO 20
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Proprio nei giorni in cui si provava a combattere la corruzione e la concussione sollecitando l’approvazione di una ennesima moralistica legge per l’aumento delle pene detentive e la creazione di nuovi reati come il nebuloso “traffico di influenze”, è scoppiato il cosiddetto “Laziogate”. Quanto accaduto nel Lazio fa emergere una serie di episodi di abuso di pubblico denaro dovuti alla discrezionalità e opacità delle spese regionali e dei dirigismi e alla carenza di controlli esterni sulle gestioni. Non si tratta di patologie limitate al solo Lazio, ovviamente. Una spia di ciò possono essere la crescita del 40 per cento della spesa delle regioni, nell’ultimo decennio, il pullulare di commissioni consiliari con i compiti più svariati in gran parte delle regioni, l’abnorme numero di società per azioni e fondazioni alle loro dipendenze, la dilatazione del loro debito palese e di quello occulto consistente nel ritardo dei pagamenti. Dovrebbe essere evidente che le corruzioni, le malversazioni e le influenze indebite sulle condotte delle pubbliche amministrazioni non si combattono con l’inasprimento delle pene e l’invenzione di nuovi reati. Questo vale anche per la lettera inviata ieri dal ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, al direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, e al ragioniere generale dello stato, Vittorio Canzio. Grilli sollecita una stretta sui manager pubblici che incappano in procedimenti penali, certo, ma sarà pur sempre utile ricordare che il “presunto coinvolgimento” non dev’essere sufficiente a rendere indegno o incapace un manager.
Tutto questo chiasso mediatico-legislativo rischia però di servire a ben poco, anzi potrebbe perfino essere controproducente nel momento in cui distrae l’attenzione dalle cause del fenomeno che si deve combattere. Le radici di corruzione e reati simili vanno cercate nella dilatazione delle economie pubbliche e delle loro spese finanziate con nuove tasse e debiti, oltre che nella selva dei dirigismi. Aumentare le pene e le figure di reati porta soltanto ad accrescere i compiti della macchina giudiziaria, che è già inefficiente e sovraccarica di incombenze dai confini incerti, come ha ricordato due giorni fa il presidente della Repubblica. Né è sufficiente stabilire i pur necessari controlli analitici sulle singole voci di spesa dei troppi soggetti pubblici che godono di autonomia contabile. Il problema va affrontato alla radice con un’azione molto più incisiva, consistente nel taglio delle spese. In particolare, occorre eliminare la norma introdotta con la modifica del Titolo V della Costituzione, dovuta al centrosinistra, secondo cui tutte le competenze non espressamente contemplate appartengono alle regioni. Esse non debbono competere né alle regioni, né allo stato, ma ai privati.